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(un consiglio per chi ricopre ruoli educativi)

Ciò che si considera poco è che i ragazzi imparano dagli adulti, quegli stessi adulti che, oggi, parlano di disagio giovanile e di incapacità dei giovani di relazionarsi positivamente, in una società di interconnessioni a distanza , dove, per sopportare il rapporto umano diretto, è necessaria alterazione o anestesia. Cose che anche l’alcol, come droga, può offrire.

Ma gli adulti, troppo spesso, dimenticano che sono loro ad aver costruito questo mondo e che, educare, significa portare con sé anche verso relazioni che hanno bisogno, nel rispetto dei ruoli, di accompagnamento, attenzione, vicinanza e calore: non di alterazioni e anestesie che, in realtà, falsano le interazioni o le rendono impossibili, più che favorirle.

Basterebbe poco per cambiare.

Ma, spesso, sono proprio gli adulti che non c’è la fanno.

Eppure non sarebbe difficile, se gli adulti tentassero, almeno con l’esempio, di guidare i più giovani, verso quello stesso tipo di rapporti, con se stessi e con gli altri, che vorrebbero, ma che collocano in un mondo ideale e non in quello che potrebbero costruire davvero, insieme”.

Riccardo C. Gatti